Gli studenti non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere!

Sospensioni, votacci, note e multe. Sono solo alcuni dei provvedimenti punitivi ai quali la “scuola-azienda” ci ha abituati e che ora vengono considerati come parte integrante del sistema scolastico stesso.

Ci siamo mai chiesti, tuttavia, quali sono state le dinamiche che hanno portato al consolidamento di tali sistemi e quali sono i motivi che hanno determinato un evidente incremento delle dinamiche repressive a scuola negli ultimi anni?
La risposta a queste domande è intrinseca al concetto di “scuola-azienda” e non può prescindere dal ruolo sociale che il capitale è riuscito ad affidare alla scuola, ovvero quello di ”laboratorio di sfruttamento”.

“ Quando arriverai in ritardo sul posto di lavoro verrai licenziato, non lo sai? Ora stai fuori.”
La scuola che dovrebbe potenzialmente costruire delle menti capaci di affrontare il mondo con spirito critico e libero dalle logiche di repressione e di abuso, insegna invece a rispettare categoricamente quelle che sono delle dinamiche sbagliate che caratterizzano l’attuale mondo del lavoro: quello della precarietà, dello sfruttamento e della totale mancanza di dignità. Insomma, il messaggio che passa è che “ritardare è sbagliato, se ritardi rechi danno a te stesso”, come se presentarsi cinque minuti dopo rispetto all’orario stabilito sul posto di lavoro fosse realmente dannoso al ritardatario e non ai profitti di chi sfrutta questo fantomatico ritardatario.

È in un’ottica di questo tipo che entrano in gioco i sistemi repressivi citati all’inizio. In una scuola costruita secondo i più beceri principi dello sfruttamento capitalista (consolidati dalla riforma Renzi-Giannini), non può mancare la repressione che, se nel mondo del lavoro si manifesta con il licenziamento, la riduzione dello stipendio, lo spostamento fisico della locazione di lavoro, a scuola trova applicazione con sospensioni (spesso accompagnate dal lavoro obbligatorio e non pagato di pomeriggio), votacci (che sono diventati una vera e propria retribuzione per lo studente), note e multe ( all’ITSS Olivelli, nel corso del passato anno scolastico, numerosissime sono state le multe per i “fumatori trasgressori”).

Ma queste non sono le uniche espressioni della repressione che ogni giorno viviamo a scuola in quanto lo studente deve confrontarsi ogni giorno con l’autoritarismo. L’autoritarismo è un sistema organizzativo fallimentare ed in netto contrasto con l’istinto umano, destinato per sua natura a fallire. L’autoritarismo a scuola si manifesta con l’assenza di occasioni di confronto, di sviluppo individuale delle proprie conoscenze e competenze. La scuola di oggi infatti, basandosi su un’evidente gerarchia nella quale il professore detiene il potere decisionale sui contenuti e le modalità della lezione, pone lo studente nelle condizioni di ricevere passivamente delle informazioni senza poter ragionare sui propri interessi e le proprie aspirazioni. Noi riteniamo che il bagaglio di conoscenze e di competenze di ogni insegnante sia una risorsa enorme, senza la quale la scuola non avrebbe ragione di esistere, ma che dovrebbe essere impiegato in una crescita collettiva culturale e umana, non in un insegnamento sterile di contenuti.
“Gli studenti non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”.

Ma nella scuola di oggi quello che conta è apprendere quella serie di contenuti decisi dal “ministero della distruzione” ed inseriti nei libri di testo, come se il sapere si possa limitare ad un numero definito di pagine e ad una serie di concetti. Chi li apprende passa, chi non li apprende viene eliminato con la bocciatura. Il fallimento dell’autoritarismo passa proprio da questo, “eliminare fisicamente” gli studenti che non hanno raggiunto gli obiettivi formativi previsti, quando proprio la scuola dovrebbe cercare di accendere gli interessi ed individuare le aspirazioni anche di chi non è riuscito (o semplicemente non ha voluto) apprendere quei concetti che altri hanno ben pensato di insegnarli senza interpellarlo, ritenendo che la scelta della scuola superiore effettuata alla fine delle scuole medie sia realmente la scelta di un percorso scolastico anche se, tanto per cambiare, la meta resta lo sfruttamento e la repressione.

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Ma quali sono le conclusioni che si possono trarre da queste considerazioni?

In una situazione di questo tipo non può che diventare fondamentale lavorare in modo costante ed impegnato nelle scuole, come nei posti di lavoro, passando dalla diffusione informativa del fatto che un altro modello di scuola è possibile e che tutte queste dinamiche non sono l’unico sistema scolastico possibile. Contro ogni “preside sceriffo”, ogni abuso, ogni repressione, ogni attacco alla libertà di espressione e di conoscenza dello studente,  ci troverete ai nostri posti!


Riprendiamoci le scuole, riprendiamoci le nostre vite!

Collettivo Studentesco Camuno

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